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join the joyride

15 febbraio 2012

Si potrebbero fare delle battute sul fatto che la cantante di Killing me softly abbia “delicatamente ucciso” le canzoni dei Beatles, invece questo Let it be, in cui Roberta Flack riprende 12 classici di Lennon/McCartney (credo però che Isn’it a pity sia del solo George Harrison), contiene alcune gradevoli sorprese, e lo dice uno che non ha mai capito i Beatles.

Non sono re-interpretazioni sconvolgenti, ma gli arrangiamenti sono spesso convincenti ed i risultati vanno dal curioso (Come together) al notevole (Hey Jude). Considerato che erano quasi vent’anni che non faceva un disco nuovo, ci si può accontentare…

love was in the air. ma anche no

15 febbraio 2012

Dammi mille baci di Eva Cantarella è in pratica un riassuntino divulgativo di questo e di questo, per cui non è esattamente una lettura essenziale, a meno che naturalmente uno non abbia idea di quanto diverso fosse il concetto di “amore” nella Roma antica e di come i nostri “valori non negoziabili” siano un’invenzione postmoderna.

Carino, ma sul tema lei stessa ha scritto di meglio.

wake up to reality

12 febbraio 2012

All’uscita pareva che fosse il libro più indiscreto del mondo, ma, dopo averlo letto, uno pensa che questo The Obamas di Jodi Kantor sia una mezza delusione.

Il succo del racconto è che Barack Obama ha scoperto che corrispondere alla hope di chi l’ha votato e portare quel change promesso non era poi così facile e che Michelle Obama all’inizio si è trovata male alla Casa Bianca.

Il tutto basato su fonti anonime che l’autrice ci assicura verificate. Bah.

cave pontificem 3, o dei risultati

12 febbraio 2012

La storia per la quale Whitney Houston si sarebbe convertita all’Islam, per quanto non confermata da niuno, ha ovviamente entusiasmato Pontifex, che, con pessimo gusto (quelle surprise!), mette in relazione tale conversione con la morte della cantante:

“La stessa Houston, secondo indiscrezioni, avrebbe dichiarato di aver trovato nell’Islam una dimensione di serenità, dopo le pesanti vicende personali che l’avevano vista coinvolta.

Ecco i risultati.

Monito di Dio? Chi può dirlo, a noi non è dato conoscere certe dinamiche, anche se la vicenda e la triste coincidenza parlano chiaro.”

Mi sembra particolarmente grazioso il giro di parole, per cui quel punto interrogativo dopo “monito di Dio” sparisce di fronte al “parlare chiaro” della “triste coincidenza” (come se dicessi “ma in questi giorni ha nevicato a Roma? No, anche se la città è coperta di neve“); evidentemente, Dio (non lo stesso di cui si parlava qui, direi) ammonisce gli apostati uccidendoli. Mi vergognerei, fossi in lui – o in Pontifex.

Per ricordare Whitney Houston, è decisamente meglio PJ.

un dio cattivo e noioso, preso andando a dottrina

10 febbraio 2012

Ho sempre apprezzato Alberto Maggi, ancora di più da quando quei buontemponi di Pontifex si sono scatenati contro di lui (ad esempio qua), motivo per cui ho prontamente letto il recente Versetti pericolosi, una semplice e nel contempo profondissima lettura del Vangelo meglio scritto di tutti, quello di Luca.

I “versetti pericolosi” del titolo sono tutti i passi lucani in cui Gesù presenta un dio profondamente diverso dal tiranno veterotestamentario, un volto di Dio teso unicamente ad un amore ed ad un perdono incondizionato e per questo pericoloso per chi al tempo aveva il monopolio della verità.

Gli spunti sono tantissimi, uno mi ha colpito in particolare. Verso l’inizio della sua predicazione, Gesù in Sinagoga legge non il testo prescritto ma un passo del capitolo 61 di Isaia, che comincia con Lo spirito del Signore è sopra di me e che finisce con (mi ha mandato) a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio.

Dovrebbe finire così, perché il testo di Luca (4 17-29) finisce con l’anno di misericordia del Signore: Gesù sceglie di non leggere cose come “vendetta” o “nostro Dio“, ed è per questo che tutti ne sono scandalizzati.

Una cosa non detta dice molto più di più di tante parole…

la scultura è noiosa

8 febbraio 2012

Il Meridiano di Baudelaire raccoglie, sotto la voce Saggi sull’arte, scritti di varia natura su temi disparati (“il romanticismo è l’espressione più recente e più attuale del bello“, dal Salon del 1846, il già citato saggio sul riso, la critica alla fotografia che, se non ho capito male, contribuisce “all’impoverimento del genio artistico francese, già così raro“) tra cui spiccano le importantissime pagine su Delacroix (“tutto è tumulto e riposo“).

Tra gli scritti “minori”, c’è quello sui caricaturisti francesi, cui scopro si sono ispirati i Queen per la copertina di Innuendo, cosa che me li fa completamente rivalutare.

“cento” non è solo un numero

8 febbraio 2012

Come dicevo qui, i centoni sono uno dei prodotti più curiosi della letteratura tardo-antica.

In pratica sono il risultato di un “taglia e cuci” dei versi di un autore fatto per comporre una nuova opera, con tutt’altro significato; il buon Ausonio aveva a suo tempo composto un pornografico Cento nuptialis con pezzi di Virgilio, ma altri si sono proposti intenti più edificanti, come la principessa bizantina Eudocia che, a metà del V secolo dC, pensò bene di raccontare i Vangeli con versi costruiti su pezzi di Iliade ed Odissea (il lavoro di Eudocia ed altri testi simili stanno in questa fondamentale edizione).

Non tanto al testo del suo Cento quanto ai meccanismi compositivi è dedicato il bel saggio di M. D. Usher, Homeric stitchings, in cui si cerca di dimostrare (con successo, direi) che Eudocia è ben inserita in quella lunga tradizione rapsodica che dal ‘medioevo ellenico’ in poi ha usato l’esametro per raccontare cose, attingendo ad un patrimonio (che poi è stato fissato, non davvero una volta per tutte, nel testo omerico a noi giunto) formulare (la lezione di Parry resta fondamentale), ricchissimo di spunti e di richiami intertestuali.

La complessa intertestualità del lavoro di Eudocia (esterna, in riferimento ai versi omerici; interna, per quanto riguarda il suo stesso Cento ed i suoi richiami intestini) porta a sottilissime rivelazioni, come quando i versi che presentano Pietro “traditore” di Gesù sono tratti dall’episodio in cui Odisseo medita sul tradimento delle sue ancelle, come quando gli Achei che recuperano il cadavere di Patroclo servono per i discepoli che depongono Gesù nella tomba, come quando Eva è “funesta” esattamente come l’ira di Achille o, ancora, i bellissimi versi della Madonna che piange il figlio, con le parole ora di Briseide, ora di Andromaca, ora di Teti.

E’ come, insomma, se Eudocia avesse usato non solo i versi di Omero, ma anche i suoi sentimenti…

between the cheats

6 febbraio 2012

Sempre pensato, a torto evidentemente, che la struttura annalistica adottata da Tacito impedisse una visione d’insieme di quanto racconta, per quanto fosse meglio del caos svetoniano, eh.

Dei primi sei anni dell’impero del povero Claudio (sul quale resta affascinante il complesso lavoro di Robert Graves) Tacito parlava nei libri degli Annales a noi non giunti, per cui Annales XI comincia bruscamente con Messalina impegnata (capp. 1-4) a liberarsi della rivale Poppea Sabina e nello stesso tempo ad accaparrarsi i giardini luculliani, togliendo di mezzo il loro legittimo proprietario, Valerio Asiatico, accusando entrambi (ipsa dixit!) di adulterio.

Il bel commento di Arturo De  Vivo nota che Valerio viene “processato” nella stanza da letto di Claudio (il cubiculum), e non a caso, visto che per una ancora più sfacciata faccenda di letto il libro si chiuderà con la morte di Messalina (che, da brava bigama, mentre Claudio se ne stava ad Ostia, aveva sposato il suo amante, il dicono tutti bellissimo – e un po’ avventato, mi sa – Gaio Silio).

In mezzo, tentativi più o meno riusciti (capp. 8-10 e 16-21) da parte di Claudio di mettere ordine in uno scacchiere internazionale che sta cominciando a scricchiolare, in un trionfo di Armeni, Parti, Germani e nipoti di Arminio (!), e con Tacito che fa di tutto (sine ira et studio, diceva… ) per sminuirli. In questo contesto si colloca il bellissimo discorso (cap. 25) con cui Claudio convince il Senato ad accogliere fra le sue fila i rappresentanti dei Galli Comati, perché Roma è sempre cresciuta facendo dei cittadini dai suoi nemici, con un imperialismo sui generis che tanto avrebbe da raccontare (profuit iniustis te dominante capi, dirà il buon Rutilio).

Ma l’epilogo di Messalina (capp. 26-38), una storia che allo stesso Tacito pare una fabula, è una delle pagine più incredibili di tutta la letteratura latina, di fronta alla quale si resta sempre a bocca aperta, per quanto succede e per come  lo racconta…

il popolo di repubblica

6 febbraio 2012

Il sottotitolo del bel saggio di Federica Sgaggio (che ha pure un blog, qua), Il paese dei buoni e dei cattivi, è “perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare” ma, se ho capito bene la tesi di fondo del lavoro, dovrebbe essere “il giornalismo… ci dice da che parte già stiamo“.

Leggere cose come repubblica.it, essere invitati quotidianamente a mandare le proprie foto, ad attaccarsi dei post-it in faccia, a sottoscrivere appelli sulle cause più disparate (il cap. 5, sulla storia dell’iraniana Sakineh è comico, non fosse drammatico, per la storia di questa donna e per il giornalismo italiano), a votare sondaggi (che “non hanno, ovviamente, valore statistico”) vuol dire, temo, esserci, e non informarsi.

Esserci, in primo luogo come un noi contrapposto ad un voi od a un loro da cui prendere le distanze, senza neanche rendersi conto di farlo (cfr. il cap. 1, sulla cronaca nera, ed il cap. 4, sull’antimeridionalismo), vantandosi poi del fatto che insieme a noi “lottano” anche i personaggi famosi, assunti al ruolo di maestri di vita, anche in ambiti in cui non hanno nulla di particolarmente originale da dire (il caso di Roberto Saviano, cap. 2, è esemplare).

Esserci, non essere, ovviamente.

la parola di oggi è “sobrietà”

6 febbraio 2012

@perochan: “E’ il sogno di una vita che si realizza: Madonna è diventata un cavaliere dello zodiaco”

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